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Reagire al BURNOUT

Condizioni di lavoro sfavorevoli aumentano il rischio di "scoppiare"

 

 

Giovanna Età: 45 anni Infermiera di Chirurgia
ho 45 anni e di professione faccio l'infermiera, per cui nel tempo ho sviluppato quello che mia madre chiama “Il pelo sullo stomaco”, ovvero quella forma di cinismo senza la quale non si potrebbe fare questo lavoro senza portarsi a casa dolore, disperazione e senso di impotenza quando non riesci a ridare la salute a qualcuno.
E’ per questo motivo che a volte l'infermiere letteralmente "scoppia", cadendo vittima di quello che gli esperti chiamano ""Sindrome del Burnout", patologia che però viene tranquillamente snobbata e non presa abbastanza sul serio da chi dovrebbe metterci in condizione di lavorare con serenità, senza essere spremuti come limoni e considerati come semplici numeri da far girare.

 

“….dal burnout non si guarisce ma a esso si re-agisce…” [Baiocco et al. 2004].


Gli ospedali e le organizzazioni sanitarie in cui gli infermieri operano, sono considerati gli ambienti in cui è più ricorrente sperimentare la sindrome del burnout, a causa di una difficile organizzazione del lavoro che porta in alcuni casi ad offrire un servizio qualitativamente scadente. Gli effetti che le condizioni di lavoro sfavorevoli, perché altamente a rischio, hanno sulla salute psicofisica del personale impiegato in sanità è ampiamente documentata in letteratura. In particolare, nella popolazione infermieristica lo stress lavorativo è stato associato a disturbi del sonno, fatica cronica, disturbi muscoloscheletrici, dispepsia e sindrome del colon irritabile, mal di testa, depressione, burnout, percezione soggettiva di scarsa salute, insoddisfazione lavorativa, demotivazione, elevato tumover, assenteismo, infortunio, abuso di alcol, farmaci e tabagismo fino al licenziamento. Certamente nella professione infermieristica il carico di lavoro, lo stile della dirigenza, la qualità delle relazioni professionali e il coinvolgimento emotivo, hanno un peso significativo su distress e burnout del personale. In una organizzazione sanitaria operano diverse figure professionali ma quelle più a rischio sono i medici e gli infermieri perché la loro attività si svolge a diretto contatto con la sofferenza sia fisica che mentale degli utenti e ciò implica che non basta avere competenze tecniche, ma queste devono essere accompagnate da competenze relazionali, perché i malati devono essere assistiti, oltre dal punto di vista fisico, anche da quello psicologico. Il rapporto con i pazienti, il carico di lavoro, i turni,le mansioni da svolgere, e quindi le continue richieste dell’organizzazione, dei pazienti e anche delle loro famiglie sono tutti fattori che portano l’operatore sanitario a sperimentare gravi situazioni di stress, rischiando di “consumare le proprie energie soprattutto a livello emotivo” [Baiocco et al., 2004]. La “gabbia” è proprio la figura metaforica che ci riconduce bene all’idea di limite, un limite che l’infermiere mette a se stesso se non è in grado di stabilire una giusta distanza emotiva, ma soprattutto un giusto grado di autoconsapevolezza nei riguardi di ciò che lo circonda. Un ambiente ricco di vissuti, a forte impatto emozionale, se sottostimati, possono trasformarsi in una vera e propria prigione destabilizzante e oppressiva che indurisce ed allontana, favorendo l’instaurarsi del burn-out emotivo. L’infermiere rischia di diventare oggetto di veri e propri “sequestri” emozionali, perché è giusto occuparsi dei bisogni dell’utente, ma anche ascoltare le proprie esigenze, i propri bisogni e desideri. La capacità di prendersi cura richiede un faticoso lavoro di elaborazione dei propri vissuti emotivi, fin nelle pieghe più oscure di essi, per imparare non solo a tollerare il carico emotivo del lavoro di cura, ma anche a utilizzare i propri sentimenti per meglio comprendere l’esperienza e trovare direzioni di senso del proprio agire. Attraverso la conoscenza e la percezione, il disagio emotivo può essere combattuto. Conoscenza, percezione e successiva elaborazione sono tre condizioni indispensabili al fine della “sopravvivenza” emotiva. La constatazione del burn-out emotivo deve anche essere letta come un segnale di insofferenza che spinge al cambiamento, come l’occasione per fermarsi, cogliere le ragioni del disagio e riorganizzare la propria vita e l’atteggiamento complessivo nei confronti dell’attività lavorativa